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Quant’è bella giovinezza: da azzurrini a leggende

31 Ago

Gli azzurrini diventati leggende del calcio italiano, maturando dall’Under 21 alla Nazionale maggiore.

“Quant’è bella giovinezza,/Che si fugge tuttavia!” sono i versi attraverso i quali Lorenzo il Magnifico celebrava, già nel Quattrocento, i pregi e la brevità della gioventù. La stessa gioventù che tanto vogliamo nei nostri club noi italiani, ma è anche la stessa che utilizziamo come capro espiatorio al primo segno di debolezza. Un tempo, però, la Nazionale azzurra aveva nelle sue fondamenta i migliori giovani del panorama calcistico italiano, ragazzi che hanno affrontato il percorso dell’Under 21 da protagonisti e si sono ripetuti con successo anche nella Nazionale A. L’avventura più bella riguardante questo caso è il ciclo azzurro con Azeglio Vicini in panchina, diventato commissario tecnico della Nazionale dopo aver guidato l’Under 23 e soprattutto l’Under 21.

Vicini si siede sulla panchina della Nazionale maggiore dopo il Mondiale del 1986, svoltosi in Messico, che vede gli azzurri abbandonare anzitempo la manifestazione in favore della Francia che ci batte 2 a 0 agli ottavi di finale. Nell’edizione messicana del Campionato del mondo, Bearzot ripropone nella rosa dei convocati molte colonne portanti di quella squadra che appena quattro anni prima si era laureata campione del mondo. Ciò avviene dopo l’imbarazzante mancata qualificazione agli Europei del 1984, organizzati e vinti dalla Francia di Platini. Il Vecio fece il banale errore di non proseguire con determinazione nel naturale ricambio generazionale della rosa, errore che gli costò anche la figuraccia di Messico 1986, conclusosi con le sue dimissioni dall’incarico di commissario tecnico.

Bearzot iniziò ad inserire giovani elementi nella rosa della Nazionale, senza però concedere loro le opportunità necessarie per adattarsi al gioco e imporsi nell’undici titolare. Caso emblematico in questo senso fu quello che ha riguardato lo storico libero del Milan Franco Baresi. Il milansta era titolare nell’Under 21 di Vicini e Bearzot lo convocò sia per gli Europei italiani del 1980 sia per il Mundial del 1982. Nonostante la considerazione che aveva di lui il tecnico friulano, poiché lo inserì nella Nazionale già a 20 anni come riserva del grande Gaetano Scirea, Baresi ebbe l’opportunità di esordire solamente dopo il Mondiale di Spagna. Bearzot, però, non considerava il milanista un libero ma, viste le importanti doti tecniche e di impostazione dell’azione, lo faceva giocare in mediana davanti alla difesa. La posizione non era del tutto sbagliata, ma i formidabili recuperi in velocità, caratteristici di Baresi, non erano sempre attuabili poiché aveva altri uomini alle sue spalle. Inoltre, in questo ruolo più avanzato rispetto alla sua posizione naturale, Baresi non poteva avere una visione di gioco completa, cosa che invece lo ha reso un libero in grado anche di offendere durante tutto il corso della sua lunga e splendida carriera.

Con gli eroi del 1982 ormai avanti con l’età, Azeglio Vicini iniziò la sua esperienza sulla panchina azzurra affidandosi a molti dei ragazzi da lui allenati nell’Under 21; il CT, all’inizio del suo ciclo, confermò nella sua rosa solo quattro elementi facenti della spedizione messicana: Ancelotti, Altobelli, De Napoli e il capitano Bergomi. Sin da subito inserì giovani come Zenga, Vialli, Donadoni e Maldini, solo per citarne alcuni, tra i suoi convocati. Vicini rimase CT fino al 1991, dopo aver disputato nel 1988 un Europeo al di sopra delle aspettative, vista la giovane età della sua rosa, e dopo aver mancato di pochissimo il trionfo nel Mondiale delle “notti magiche” del 1990. La delusione per questa vittoria assaporata e poi sfuggita fu tale da pesare moltissimo sul morale dei giocatori, i quali non riuscirono a qualificarsi all’Europeo di Svezia del 1992. Nonostante l’assenza di vittorie, la Nazionale di Vicini verrà per sempre ricordata come una delle migliori di sempre in virtù della giovane età e, soprattutto, del bel gioco dimostrato.

Già a partire dall’avvento di Sacchi sulla panchina dell’Italia, i ragazzi dell’Under 21 non hanno più trovato importanza. Durante gli anni Novanta e Duemila, i CT hanno puntato molto sull’esperienza e sull’affidabilità dei grandi “vecchi” del nostro calcio. Ne è un esempio la vittoria del Mondiale 2006, con Lippi in panchina, che ha rappresentato l’ultima grande occasione per campioni del calibro di Cannavaro, Nesta, Del Piero e Totti. A partire dalla gestione Prandelli, i giovani sono tornati a far parte del giro della Nazionale, in particolare dal 2012 sono sono stati inseriti nel gruppo El Shaarawy, Insigne, Verratti e Florenzi al fianco del già presente Balotelli e degli altri elementi della Nazionale. Inoltre, quest’estate, nell’Europeo Under 21, abbiamo potuto assistere ad una grande dimostrazione di qualità di gioco ed umiltà da parte degli azzurrini di Mangia che hanno raggiunto il secondo posto, perdendo la finale contro la ben più quotata Spagna. La rosa del tecnico lombardo era composta per la maggior parte da giocatori militanti in Serie B, ma che comunque rappresentano un’importante risorsa da cui attingere per Prandelli, sia nell’immediato sia nel futuro.

Questi ragazzi hanno bisogno di giocare per poter essere all’altezza di una nazionale prestigiosa come la nostra. Non solo le medio-piccole, ma anche i top club, devono inserire a poco a poco i ragazzi più promettenti nelle loro formazioni. Vista la situazione, non possiamo permetterci troppi errori come in passato, poiché di giocatori “normali” siamo ormai saturi. Ci mancano la spensieratezza, la gamba e la voglia di ragazzi giovani per poter affrontare nel migliore dei modi il ricambio generazionale ed evitare gli sbagli e le figuracce del passato, come le mancate qualificazioni agli Europei 1984 e 1992.

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Pubblicato da su agosto 31, 2013 in IL PUNTO

 

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