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Il calcio e i figli d’arte

12 Set

Valentino Mazzola

 

Successi e fallimenti nel calcio dei figli d’arte, una spietata arma a doppio taglio.

Quando siamo bambini iniziamo ad imitare ciò che ci piace. Che si tratti del personaggio di un cartone animato, di un compagno di scuola che ci dà l’impressione di essere un modello da seguire, di una qualsiasi figura che riteniamo interessante. Capita spesso, però, che desideriamo essere come i nostri genitori. Alla figlia femmina, solitamente, piace truccarsi e vestirsi come la madre, mentre il maschio cerca di fare tutto ciò che fa il padre e di comportarsi da uomo. Anche grazie a questo bisogno di imitazione, i bambini si avvicinano al calcio; vogliono sentirsi grandi, proprio come i loro padri. Può capitare che se si scelga di praticare questo sport, avendo un padre che ha giocato a calcio, lui rappresenti una figura pesante da ereditare. Questo è ciò che avviene nel calcio da circa cinquant’anni.

Quando un padre è stato un campione, una leggenda, ed è diventato famoso prendendo a calci un pallone, se il figlio vorrà legare la sua vita al calcio, dovrà per forza sopportare gli inevitabili paragoni che gli sottoporranno tra lui e il genitore. L’emblema del figlio d’arte nel calcio è Sandro Mazzola, figlio di Valentino Mazzola, scomparso nella tragedia di Superga nel 1949 insieme a tutto il Grande Torino. Mazzola padre è una leggenda del calcio italiano, una mezz’ala sinistra in grado di ricoprire praticamente tutti i ruoli del campo, a detta di alcuni il miglior calciatore italiano di tutti i tempi. Grande punto di forza, per Valentino, era la versatilità in mezzo al campo, poiché era in grado di ricoprire più ruoli ben figurando in ognuno di questi; all’occorrenza venne schierato anche come terzino e addirittura come portiere. Inoltre, era un giocatore umile che preferiva mettersi a disposizione della squadra recuperando palloni, impostando le azioni e anche concludendole, piuttosto che esibirsi in giocate individuali di pregevole fattura. Il figlio Sandro ha dedicato tutta la sua carriera all’Inter, partendo dalle giovanili per poi diventare una colonna della squadra negli anni della Grande Inter di Herrera; successivamente, gli fu affidata la fascia da capitano nel 1970 e la mantenne fino a fine carriera, nel 1977. Come il padre, anche Sandro era una mezz’ala sinistra, ma all’occorrenza si è rivelato anche un attaccante con un buon senso del gol. Tecnicamente molto abile, era in possesso di un dribbling funambolico, grazie alla sua velocità. Anche in Nazionale si è espresso ad altissimi livelli e, durante il Mondiale del 1970, è stato protagonista, insieme a Gianni Rivera, della famosa staffetta: iniziava la partita Mazzola e all’intervallo lo sostituiva Rivera, per poter dare spazio ad entrambi. Sandro viene considerato uno dei migliori calciatori italiani di tutti i tempi, riuscendo così ad onorare il nome e la fama del padre.

Altro grande figlio d’arte del calcio italiano è Paolo Maldini, figlio di Cesare Maldini. Cesare è stato un difensore del Milan tra gli anni Cinquanta e Sessanta, simbolo della squadra di cui diventò anche capitano nel 1961 e conservò la fascia fino alla fine della sua esperienza rossonera nel 1966. Nella sua carriera nella squadra milanese, Maldini padre vinse quattro campionati, una Coppa dei Campioni e una Coppa Latina. Il figlio Paolo, invece, ha avuto una carriera ancora più lunga e stellare con la maglia del Milan, ben 25 anni di onorato servizio, dal 1984 al 2009. Anche lui ha indossato la fascia di capitano della squadra, ereditandola dal leggendario Franco Baresi nel 1997 e conservandola fino a fine carriera. Paolo Maldini era un terzino sinistro, all’occorrenza difensore centrale, ed è considerato uno dei migliori calciatori di sempre, non solo per la sua duttilità, ma soprattutto per il suo costante rendimento, mantenuto ad alto livello fino alla fine della sua carriera. Con la maglia rossonera, si è reso protagonista di tantissime vittorie: sette Scudetti, cinque Supercoppe Italiane, una Coppa Italia, cinque Coppe dei Campioni/Champions League (sulle sette complessive vinte dal Milan nella propria storia), cinque Supercoppe Europee e due Coppe Intercontinentali/Mondiali per club. Una vera e propria leggenda, un modello di sportività e correttezza per tutti al di là di qualsiasi bandiera, il nome di Paolo Maldini resterà per sempre inciso nella storia del calcio mondiale.

Attualmente, nella nostra Serie A, sono presenti tre figli d’arte di medio-alto livello. Per quanto riguarda il primo, si tratta di Daniele Conti, figlio di Bruno Conti, bandiera della Roma negli anni ottanta. Ala destra anche se mancino naturale, Conti padre trascorse la sua carriera quasi esclusivamente nella squadra giallorossa, diventando una pedina importante nell’undici titolare. Ha raggiunto traguardi importanti con la società capitolina, come la vittoria dello Scudetto nel 1983 e la conquista per ben cinque volte della Coppa Italia; una grande delusione nella sua carriera fu la finale di Coppa dei Campioni nel 1984, persa ai rigori allo Stadio Olimpico di Roma contro il Liverpool. Inoltre, Bruno Conti fece parte della spedizione azzurra per i Mondiali di Spagna del 1982, che videro la nostra Nazionale vincere la manifestazione. Anche suo figlio esordì nel calcio professionistico con la maglia della Roma, debuttando in Serie A nel 1996. Dopo cinque presenze e un gol in tre stagioni, il ragazzo finì in comproprietà al Cagliari nel 1999 e nel 2000 venne totalmente rilevato dalla società sarda. Daniele, anche se in un altro ruolo (mediano), non è mai riuscito ad essere un giocatore di primo piano come suo padre Bruno, ma in compenso si è ritagliato uno spazio importante nella storia del Cagliari, poiché vi milita da 14 anni e dal 2010 ne è anche il capitano.

Un altro importante figlio d’arte della Serie A di oggi è Ignazio Abate: suo padre è l’ex portiere Beniamino Abate. Avendo un padre portiere anche con dei trascorsi all’Inter, la carriera di Abate figlio ha quasi dell’assurdo poiché non ha niente a che vedere con quella di Beniamino. Ignazio è un terzino destro, all’occorrenza in grado di coprire tutta la suddetta fascia, ed è ormai diventato un punto fermo della difesa del Milan. Veloce e rapido nel dribbling, il rendimento del giocatore del Milan e della Nazionale, purtroppo, viene limitato da infortuni di natura muscolare, ma il suo potenziale gli potrebbe consentire di affermarsi su un livello ancora più alto.

Un altro ragazzo, figlio di un ex calciatore, è il terzino sinistro del Genoa Luca Antonelli; suo padre è Roberto Antonelli, fantasista che ha legato la maggior parte della sua carriera al Milan ed era conosciuto con il soprannome “Dustin”, a causa della somiglianza con l’attore americano Dustin Hoffman. Antonelli figlio è ormai un giocatore di sicuro affidamento, che si sta anche ritagliando spazio nella Nazionale di Prandelli.

Come analizzato, i principali figli d’arte del nostro calcio sono riusciti ad ottenere successo, talvolta migliorando anche la carriera dei loro padri, come fatto da Abate e Antonelli. Anche Paolo Maldini, nonostante l’importanza di papà Cesare, è stato in grado di farsi strada nel mondo del calcio fino a diventare una vera e propria leggenda. Purtroppo Daniele Conti, tra i figli d’arte trattati, è l’unico che non ha saputo imporsi sui palcoscenici più importanti, ma la sua esperienza al Cagliari resterà nella memoria per la lealtà e l’attaccamento alla maglia mostrati dal ragazzo di Nettuno.

Non tutti i figli d’arte sono riusciti ad onorare il nome del padre, sebbene siano stati professionisti e abbiano giocato ad alto livello. Uno degli esempi più chiari in questo senso è Jordi Cruijff, figlio di uno dei più grandi calciatori della storia, Johan Cruijff. Il papà di Jordi è una vera e propria leggenda del calcio. Con l’Ajax e con la Nazionale olandese, ha fatto parte del grande progetto del calcio totale, diventandone uno dei maggiori interpreti. Questo schema tattico, messo definitivamente in pratica dall’allenatore Rinus Michels, ha dominato gli scenari calcistici europei e mondiali tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta; inoltre, è possibile riconoscerlo come fonte d’ispirazione per il moderno tiki-taka spagnolo. Cruijff padre era un centravanti, ma in ogni partita si muoveva tantissimo proprio in virtù del calcio totale. Era un attaccante di raccordo scattante ed elegante al tempo stesso, in grado di recuperare palloni, impostare le azioni con la sua tecnica straordinaria sfruttando un’eccezionale visione di gioco e finalizzando le manovre offensive. Il figlio Jordi, invece, inizia la carriera nel Barcellona allenato dal padre, squadra in cui anche lui aveva militato. I primi risultati di Cruijff figlio non sono ai livelli di quelli del padre, ma riesce a ritagliarsi degli spazi importanti nell’undici titolare blaugrana. Purtroppo però, la carriera di Jordi, nonostante il trasferimento al Manchester United, assume una brutta parabola discendente e riuscirà solo in parte a risollevarsi con l’approdo al Deportivo Alavés, con il quale sfiorò una clamorosa conquista della Coppa UEFA. Centrocampista offensivo dotato di buona tecnica, su Jordi ha pesato come un macigno la grossa eredità del padre.

Un altro figlio d’arte, che ha rappresentato un totale fallimento calcistico rispetto al padre, è Diego Armando Maradona Junior, figlio dell’immenso “pibe de oro”. Il ragazzo, nonostante gli inizi nelle giovanili del Napoli, non è mai riuscito a sfondare come calciatore, militando sempre in squadre dilettantistiche. In compenso, ha raggiunto dei soddisfacenti obiettivi nel beach soccer, sia a livello di club sia di Nazionale, ottenendo il secondo posto con l’Italia ai Mondiali di Marsiglia del 2008.

Maradona Jr. non è l’unico figlio d’arte che ha fallito totalmente. Stiamo parlando di Jacopo Zenga, Mattia Altobelli e Gabriele Graziani. Il primo di questi, figlio dell’Uomo Ragno dell’Inter, gioca tra i dilettanti ed è tutto l’opposto di papà Walter: è tifoso juventino ed è un attaccante. Il figlio di “spillo” Altobelli è un ala cresciuta nel settore giovanile dell’Inter; dopo esperienze con lo Spezia e la Spal, allenata da Allegri, il ragazzo finisce a giocare tra Serie C e dilettanti, perdendo anche la sicurezza di un ingaggio sicuro, cosa che adesso lo vede costretto a svolgere un’altra attività lavorativa, facendo il portiere di notte in un albergo per garantire un reddito fisso alla sua famiglia. Gesto lodevole ed umile, che dimostra l’intelligenza del ragazzo nell’aver capito i suoi limiti calcistici. Infine, Gabriele Graziani, figlio di Ciccio Graziani, forse, è l’unico dei tre ad aver dato maggior continuità alla sua carriera calcistica da professionista, poiché solo negli ultimi anni ha disputato due stagioni tra i dilettanti.

I fallimenti dei figli d’arte sono la prova concreta che il cognome non è l’unica cosa che conta nel calcio. Occorre avere talento, ma soprattutto intelligenza, passione ed umiltà, senza cercare di tirare avanti solo sfruttando il proprio famoso cognome. Viceversa, è necessario evidenziare che è possibile avere successo portando in dote una pesante eredità paterna: per accettarla occorre avere carattere, poi tutto il resto lo dirà il campo. Adesso, siamo in attesa di una nuova generazione di figli d’arte, caratterizzata dalla prole dei vari Totti, Del Piero e Buffon.

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Pubblicato da su settembre 12, 2013 in IL PUNTO

 

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